Motodachi, Tori e Uke


Queste tre parole giapponesi rappresentano tre differenti modalità di essere in una azione.

Appartengono ad una cultura estremamente diversa dalla nostra e la loro traduzione non può essere letterale, ma concettuale.

Esattamente come ogni profumo, sapore o esperienza di vita non può essere descritta con parole precise, univoche, valide per tutti e per sempre..

Nella terna di mente, emozioni e percezioni non è possibile trovare reciproche analogie, in altre parole a nessun pensiero può corrispondere identicamente un’emozione o una percezione, come a nessuna percezione può corrispondere identicamente un’emozione o un pensiero.

Chiunque può dire la sua, con la propria ispirazione di quel momento, ma vale solo nel tempo in cui viene detta; pochi istanti dopo userebbe altre parole e giorni dopo potrebbe non riconoscere nelle proprie parole le percezioni che ha vissuto.

Proprio per questo, noi occidentali dobbiamo usare le parole unicamente come tramite temporaneo della comunicazione del pensiero.

All’opposto, il metodo di insegnamento cinese e giapponese, che rifugge la parola, viene riassunto in una frase, I Shin den Shin il cui senso è: dal mio cuore al tuo cuore qui cuore sta per la sede dello spirito. Senza mediazione di parole, solo autentico esempio sostenuto da spirito presente.

Per loro il migliore insegnamento è in silenzio. Sinceramente, mi trovo d’accordo.
Se qualcuno, facendomi solo vedere una azione o un gesto, mi illumina sulla sua comprensione, è un maestro eccellente.

Per noi occidentali, conviene depotenziare il primato della parola asservendola alla generazione di sensazioni immaginarie mediante l’uso dei come se.

Cominciamo quindi dal contesto:

L’azione può essere, in alcuni casi un trattamento, ovvero una persona che fa qualcosa su un’altra, oppure un allenamento; altri esempi si possono vedere durante una discussione, un combattimento, sia sportivo che reale, persino un corteggiamento.

I ruoli che si assumono, volontariamente o in condizioni di sottomissione, durante questi esempi di azione influiscono, spesso in modo determinante, sull’esito favorevole o svantaggioso nei nostri riguardi.

Più in generale, estendendo il concetto, tutta la nostra vita è favorevole o svantaggiosa in base a quali ruoli possiamo scegliere o subire.

Questi tre modelli sono molto definiti ed estremamente importanti da comprendere per dirigere la nostra percezione alla sua completezza.

Mi permetto di fare un confronto, noi occidentali possiamo accontentarci di una definizione letterale di chi è operatore e chi è ricevente, banalizzando: uno opera, l’altro riceve. Quanto questo sia superficiale e quanto il corrispondente pensiero giapponese sia profondo, lo si potrà chiarire qui di seguito.

Tori indica colui che fa l’azione visibile,

Uke compie l’azione invisibile.

Dall’esterno l’operatore è Tori, fa ciò che gli è stato insegnato, agisce.

Dall’esterno chi riceve è Uke, non fa niente.

Non è vero, non è così.

Ogni cellula di Uke viene influenzata dall’azione di Tori.

L’azione di Tori cambia in funzione della risposta di Uke.

Spesso consideriamo un bravo operatore quello che fa esattamente ciò che gli è stato insegnato da una buona scuola.

Questo è essere morti; una macchina è così, si nutre di corrente, non di vita.

La risposta di Uke è l’azione invisibile.

Molto spesso l’invisibile conta di più del visibile.

Quando vado da uno specialista, il mio scopo è il mio beneficio, non la sua tecnica.

Quando l’azione di Tori scema al nulla e l’azione di Uke è pienamente espressiva l’opera si compie.

Motodachi

È una parola giapponese, significa pressappoco compagno, inteso chi fa qualcosa insieme a noi, ma contiene un senso preciso e molto particolare:

durante un allenamento sportivo, il compito di motodachi è quello di permettere l’evoluzione del compagno che compie un esercizio.
Per fare ciò, motodachi intuisce le capacità del compagno e inizialmente agevola e poi gradatamente contrasta l’esercizio fino che il compagno è perfettamente in grado di svolgerlo con naturalezza in ogni condizione.

Normalmente poi ci si scambia il ruolo.

Solo in apparenza il ruolo attivo è solo del compagno, in realtà motodachi impara molto dalla situazione e se sa essere presente, potrà fare tesoro delle sensazioni ricevute.

Nel contesto di un trattamento, motodachi opera dosando il suo contatto alla capacità di ricevere della persona, fermandosi o intensificando la pressione di sostegno istante per istante.

Diventa ora chiaro quale è il vero scopo del trattamento e la misura della sua applicazione:
Lo scopo è l’evoluzione della persona e la misura è quella accettabile dal corpo.

Motodachi e Tori hanno questo compito.

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