Lettera a chi non vuole più.


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Questa lettera è per chi ha tentato questa strada con il progetto e la speranza di stare bene, ma adesso non vuole più continuare.

Non per la spesa, in questi tempi difficili.

Non perché ha sentito poco, occasioni ne troverà.

Ma perché ha sentito troppo. E dopo si è sentito solo.

Certo, si sarebbe potuto fare più piano; si sarebbe potuto fare meglio, si sarebbe potuto chiamare.

Tutto si sarebbe potuto fare diversamente, o non fare per niente.

In tanti anni di trattamenti io sono maturato con loro, attraverso passaggi che a volte mi hanno spronato e altre volte sfinito.

Ho incessantemente ricercato e modellato impegno, tecnica e sensibilità, per comporre la ricetta che andasse bene per ogni persona; eppure c’è stato nella mia evoluzione qualche trattamento che ha avuto un esito sfavorevole.

Porgere delle scuse potrebbe essere d’aiuto: sincere perché il mio impegno lo era; e se la mia sensibilità non è arrivata in tempo, non è stato un atto di prepotenza, ma di umana immaturità.
Un’immaturità perenne, perché mai saremo pronti abbastanza per il dolore degli altri, noi tutti.

Sto pensando alle persone che hanno cambiato idea, magari dopo un momento di entusiasmo, perché sono state deluse, spaventate o sopraffatte o hanno rivissuto momenti di un passato drammatico.

Per loro non conta nulla se con molti altri sono stato bravo, professionale, puntuale e preciso, anzi, potrebbe suggerire loro che sono persone particolari, fuori dal coro, colpevoli di avere problemi. Ebbene, nulla di più ingiusto di tutto ciò.

Le persone non sono colpevoli, i loro organi non lo sono e nemmeno le loro malattie.

Le persone non scelgono di ammalarsi, questo accade per molti motivi e molte storie che si intrecciano saldandosi e costruendo reti e ponti dentro ogni spirito.

Forse il mio entusiasmo ha superato la loro fragilità, soprattutto quando mi sono sentito responsabile per loro, del loro stare bene e perciò ho fatto appello ad ogni risorsa disponibile.

Desidero che un’idea di riscossa germogli in loro, incrini la corazza come un ponte tra interno ed esterno, con le radici e i fiori, dando la vita a tutta la superficie.

Basta un’idea, poi ci sarà il contagio.

Un contagio benefico di pensieri rivolti al proprio meritato benessere.

Questo è il nostro lieto fine.

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