Paura di toccare.


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Quando il contatto sembra un mostro.

Moltissime persone vivono con il terrore di entrare in contatto. Il problema non può essere minimizzato, né evitato con la semplice presa di distanza, perché non sta nella relazione con gli altri, ma nel rapporto con se stessi e chiaramente non è possibile evitare se stessi.

Questo disagio ha importanti conseguenze, chiedere un abbraccio può diventare terribile.

Abituarsi a questa condizione porta a cercare il controllo di ogni situazione ed un irrigidimento generale del corpo per il timore che la situazione sfugga alle regole conosciute. Così si vive per il controllo, che diventa il nostro salvatore.

Ad ogni pranzo avremo paura di essere mangiati e non potremo gustarci il mangiare.
Gli animali hanno trovato una soluzione, per mangiare in pace stanno in branco. In un branco di zebre chi sta in mezzo mangia beato sapendo che se arriva il leone chi sta ai lati scapperà allarmando tutti.

Noi umani urbani dobbiamo sviluppare una soluzione più sofisticata.

Di mestiere do sempre la mano alle persone che incontro, a volte la mia mano viene accolta, alcune altre viene sopportata, altre volte viene stretta.

Faccio ogni giorno anche molti abbracci, fa parte di me e del mio nutrimento quotidiano. Ogni abbraccio è unico, profondo o superficiale che sia, ed è talmente rivoluzionario che è, ad essere colto, un atto di iniziazione.

Anche dare la mano può essere un cambio di percezioni come un abbraccio, ma la consuetudine ha svilito molto il senso di questa relazione di contatto.

La natura rivoluzionaria del contatto giustifica pienamente la paura.

La paura è una emozione che appartiene all’esperienza, eventi dolorosi che abbiamo vissuto hanno generato la paura che questi si possano ripetere, provocando nei nostri muscoli la tensione che è un giusto e sano tentativo di difesa.

La paura del contatto è la paura della rivoluzione, del cambiamento, dell’essere allo scoperto su un terreno inesplorato.

Avere paura del cambiamento è lecito perché solo chi è stato allenato ad essere dinamico sa relazionarsi negli equilibri transitori, gli altri cadono e si feriscono, quindi giustamente sviluppano la paura e la rigidità.

Purtroppo questo è un circolo vizioso in cui la rigidità conferma l’incapacità di gestire l’equilibrio e diviene un sostegno alla paura.

Si può interrompere il circolo vizioso rallentandolo, portando i cambiamenti ad essere così lenti da sembrare fermi (il principio di amotion), anche gli equilibri tendono ad essere statici, quindi sono compatibili con la rigidità. Questo è il compito dell’operatore, facilitare il contesto per le capacità del ricevente.

In questo istante le condizioni sono favorevoli e il ricevente ha la possibilità di abbassare la guardia; questo è un atto prima cognitivo, poi fisico. E questa è la parte che spetta a chi riceve.

Si considerino questi concetti che mirano a pacificare la mente:

L’operatore non è un avversario, ma qualcuno che si prende cura di noi.
Chi ci ha fatto male non è al momento presente.
Quando ci è stato fatto male non è il momento presente.
Il dolore è esperienza appartenente al passato mentre al presente esiste solo il suo ricordo.
Il momento presente deve essere riempito dalle percezioni e non dai ricordi.

Se queste considerazioni, unite alla percezione della stanchezza da portamento di tensioni, riescono a farci scaturire un sospiro di sollievo, allora il circolo vizioso è stato fermato e può avviarsi un circolo virtuoso.

Vedi: Educazione al contatto consapevole.

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