Crisi, salvezza & benessere


20130416-222050.jpg

Quali effetti produca la crisi in tanti lo sanno, che cosa sia la crisi di preciso, dubito che siano in molti ad avere concetti chiari. Quanto a chi conosce davvero come uscire da questo stallo, temo sia un alieno.

In questa esposizione dispongo degli appunti come tasselli di un puzzle molto grande ed incompleto, cercando di comporre solo le parti che fanno intuire quale sia il quadro.

    Cosa fa la crisi?
    Paralizza, contagia, vanifica i tentativi di cambiamento, rende impotenti.

    Che cosa è la crisi?
    (Non ci interessa molto, ai fini pratici conta ben altro.)

    Come inizia una crisi?
    (Argomento molto interessante, ma da sviluppare in altro momento.)

    Come se ne esce?
    Con un salvataggio fatto di intuizioni, feedback, agevolazioni, ed altre azioni che sono atti di salvezza. (Ecco un buon punto su cui investire capacità e tempo.)


Un salvataggio avviene quando qualcuno in salvo aiuta chi è in pericolo.

20130416-210342.jpg

Ci sono due modi di dare aiuto a una persona: addestrarla (= renderla destra) o soccorrerla.

Se una persona in acqua non sa nuotare, l’aiuto di cui ha bisogno dipende dal livello dell’acqua in cui si trova:

    se l’acqua è bassa, le si insegna a saper galleggiare,
    ma se l’acqua è alta, la persona va presa e soccorsa.

Confondere queste due situazioni è alquanto stupido, eppure è un errore frequente.

Analogamente vengono confusi benessere e salvezza.

Un atto di benessere è una parentesi di sollievo, una tregua, un momento che lascia un piacevole ricordo.

Un atto di salvezza è un cambio, un segno che delimita l’essere prima e l’essere dopo, un salto di consapevolezza, quasi sempre improvviso, spesso brusco. A volte è un evento che travolge per quanto è doloroso o estasiante, insomma, una vera e propria rivoluzione.
Da notare che la salvezza non è un atto di soccorso.

Con questa premessa non intendo declassare gli atti di benessere a qualcosa di effimero, di scarsamente utile, ma voglio chiarire la distinzione tra due azioni che molto spesso sono poco chiare a chi le vive.

Un dentista si occupa del nostro bene, ma questo non implica certo che il suo operato sia piacevole.

Cambiare comportamenti, attitudini, predisposizioni è sempre una rivoluzione, quindi è un atto di salvezza, non un atto di benessere.

Se un individuo ha chiaro in sé cosa desidera e come arrivare ad ottenerlo, sa scegliere a chi rivolgersi e quale metodo intraprendere, disponendo tutto il proprio animo ad agevolare ogni piccolo passo verso il successo.

Per esempio, quando una persona desidera dimagrire, crea due immagini mentali: la prima è l’idea della nuova forma, bella, soda e snellita, poi subito dopo si immagina il percorso che farà per arrivare a realizzare questo sogno, magari molto semplice, con un solo favoloso ingrediente.

E qui trova spazio tutta una poderosa offerta di sogni vellutati: da magici massaggi che sciolgono il grasso a prodigiose pillole che fanno scordare la fame, da tisane che eliminano le scorie a sofisticati corsetti che liquefanno l’eccesso e strumenti che scolpiscono, modellano, levigano e rassodano, per non parlare delle diete che saziano e bruciano…

Immaginare il percorso di cambiamento come atto di solo benessere, è purtroppo una fantasia che ci fa arenare, ci fa incagliare nel fallimento.

Non sono un cultore del sacrificio, secondo lo stile americano del “no gain, no pain” ma cullarsi nel benessere salvifico, è una menzogna che non ha più giustificazione.

Per salvarci dobbiamo trovare le nostre parti fragili e nutrirle. Per fare questo dobbiamo esporle e questo è un atto inevitabilmente doloroso, ma qui abbiamo l’occasione di essere degli artisti del cambiamento, proprio ed altrui, ed essere materni e protettivi in questa delicata fase, che va coltivata in un ambiente protetto, privo di giudizi e rimproveri, come un prezioso germoglio.

Non è un processo semplice, in cui vi possa trovare spazio la rozzezza.
Gli sproni comuni ed il banale tifo devono trovare imperativi semafori che ripartiscano saggiamente il traffico, insieme a dei moderati incoraggiamenti e all’opportuno sostegno.

Non basta il titolo di padre, madre, parente, amico o altro per vantare capacità di maneggiare aiuto: è necessaria una lucida e profonda conoscenza basata su fondamenta certe, per sapere di volta in volta quale dose impiegare.

In un paese che vanta milioni di allenatori della nazionale ad ogni partita e manifesta gravi esempi di incapacità di cooperazione, parlare davvero di cambiamento richiede polso fermo.

20130416-205838.jpg

In questo periodo storico, noi italiani siamo fermi in un pantano, una palude sia economica che emotiva, in cui ogni iniziativa viene insabbiata e ogni proposito subisce il contagio dei precedenti tentativi falliti per uscire dall’immobilità.
In questa palude una nebbia impedisce di vedere lontano, di ricevere spiragli dal sole e confonde i suoni, in un totale disorientamento.

Per comprendere meglio, voglio descrivere più in dettaglio le posizioni degli attori dell’attuale scenario italiano ed europeo:

    Alcuni sono in mezzo alla palude e intorno non vedono altro che persone immerse come loro nel fango ed ormai inerti nell’attesa.

    Questi sono coloro che hanno investito tutto l’impegno di una vita nel lavoro e nel sacrificio ed ora si trovano logorati (con un pugno di mosche) e delusi dal mancato premio al loro merito.

    Altri sono ai bordi della palude: vedono chi è dentro e intravedono qualcosa di diverso fuori dalla nebbia.

    Sono i fortunati che appartengono a gruppi di lavori che sono solo sfiorati dalla crisi, sia per ragioni oggettive (sono categorie indispensabili), che per meriti propri.

    Altri ancora sono all’esterno della palude, ancora incontaminati e perciò inconsapevoli del destino degli altri e del fatto che potrebbe accadere a loro stessi.

    Sono casi individuali di giovani che devono ancora formarsi, o persone libere da vincoli e zavorre, il cui tratto comune è che sono persone alla ricerca di identità propria e consapevolezza, quindi studiosi, ricercatori, artisti, progettisti.

Per uscire dalla situazione di stallo non vi è altra soluzione che la seguente:
Premesso che ogni gruppo ha bisogno degli elementi degli altri gruppi,

i componenti di ogni gruppo fanno squadra in stretto legame tra loro, tenendosi per mano per costruire una catena
ogni gruppo comunica con il gruppo a lui vicino
il gruppo che può muoversi deve prendere l’iniziativa

Fuori di metafora: chi ha ancora un progetto, una speranza, rappresenta l’unica risorsa in grado di contagiare chi le speranze le ha perse.

Chi ha lavorato sodo e si è logorato in molti anni difficili, ha perso gran parte dell’entusiasmo e appartiene a uno dei due gruppi nella palude.

Sono rimasti solo gli incontaminati ad avere ancora idee.

A costoro va dato sostegno affinché possano realizzare (rendere reali) le loro idee, costruire i loro progetti.

Di che cosa abbiamo bisogno ora?

Di sicurezza, di futuro, di progetto, di credere, di poter investire e realizzare, di sognare.
Sono parole che rischiano di essere astratte ed in realtà sono concrete.
La sicurezza esiste se c’è feedback, il futuro esiste se si realizzano i progetti, credere è possibile se la fede non è depressa dai fallimenti, investire si può se abbiamo energia per affrontare la differenza di potenziale.

Polarità, differenza di potenziale, feedback e contagio.

C’è polarità quando esiste un contrasto tra due estremi detti poli. In questo caso, tra una situazione ed un’ idea. La situazione è il quadro attuale mentre l’idea è un quadro mentale di come potrebbe essere. Qui si crea un dipolo tra realtà e immaginazione, germe necessario alla progettazione.

La differenza di potenziale è la quantità di energia che viene ingaggiata per passare da un polo all’altro. Tra realtà iniziale e progetto c’è in mezzo un percorso fatto di impegno, sacrificio, soddisfazione ed entusiasmo che richiede energie tanto maggiori quanto maggiore è la distanza tra inizio e fine.

In pratica se ho da subito sogni troppo grandi, rischio di abituarmi al loro fallimento, se procedo per gradi e i miei sogni sono alla portata delle mie capacità, mi nutro di consapevolezza di successo.

Il feedback è la percezione della realizzazione, per esempio:

Se impilo dei mattoni perché desidero costruirmi una casa, ho un feedback quando vedo la forma procedere (il muro crescere). Se poi il muro cade, lo ricostruisco con maggiore energia, ma se cade ripetutamente ed ogni mio tentativo fallisce, smetto di tentare perché perdo fede e speranza ed il progetto fallisce.

Se vedo il mio vicino costruire, sono motivato a costruire, e se qualcuno fa meglio, porta molti altri a sfruttare le sue intuizioni e costruire abilità. Tutte queste forme virtuose di comportamento finiscono per dar luogo ad un vero e proprio contagio.

Ad un certo punto, un giorno ho sentito il bisogno di pormi la seguente domanda:

“Che senso ha occuparsi esclusivamente dell’energia di una persona che ha priorità urgenti e diverse dalla propria salute, perché non ha i soldi per arrivare a fine mese, quindi figuriamoci per pagare il prossimo trattamento?”

Ciò che intendo dire, è che mi sento parte coinvolta del sistema operatore-ricevente-mondo; in questo ruolo, con lo stesso impegno con cui pongo attenzione alle relazioni, trovo indispensabile saper gestire la parte economica dentro una crisi che coinvolge tutti.

Noi operatori ci occupiamo del benessere delle persone. Mi sembra evidente che il benessere sia più necessario quando non c’è, come accade ora, piuttosto che in tempi di prosperità, in cui possiamo disporre di molte più risorse.

Ogni volta che incontro una situazione che mi coinvolge direttamente, mi sento responsabile di saper trovare una soluzione.

L’attitudine a risolvere è parte indispensabile del cammino di evoluzione.

Per risolvere problemi, dobbiamo chiarire le premesse, ed eccone alcune:

I trattamenti, le consulenze, le terapie sono, generalmente, molto costosi.

(Perché i tempi e gli spazi sono cari, l’impegno assorbe energie, l’empatia richiede una giusta dose sia di coinvolgimento che di supervisione, e un operatore deve lavorare molto su se stesso, per essere all’altezza di un impegno così intenso.)

Esistono, tuttavia, trattamenti economici fatti in serie, quindi senza dedizione e senza anima. Possono essere una forte tentazione, ma sono fermamente convinto che il nostro tempo sia troppo prezioso per essere sciupato, così come le nostre emozioni sono troppo importanti per essere deluse da cure insignificanti.

Nella vita quotidiana di tutti noi ci sono impegni prioritari (il lavoro, i figli, la casa), che mettono in secondo piano il benessere personale.

Quando si è molto tesi, si è sempre stanchi e diventa necessario cercare il riposo (la televisione riesce perfettamente a simulare il riposo senza produrlo).

Considerate le premesse, vediamo alcune domande di buon senso e relative risposte.

A che serve il benessere quando ci sono situazioni (più) gravi ed urgenti?

Serve a metterci nelle condizioni migliori per affrontare gli eventi. Se il nostro corpo soffre, non abbiamo forze e intuizioni per trovare le vie di uscita e ci chiudiamo in una spirale depressiva.

Certamente non è tempo di spendere, ma è il momento in cui dobbiamo progettare ….ciò che non abbiamo fatto ……nuovi comportamenti, nuove ricette.

Se gli affari vanno bene, quello che facciamo va bene per il mondo in cui viviamo, ma se tutto va male, quello che abbiamo fatto finora non ci porterà fuori dalla situazione, quindi dobbiamo pensare qualcosa e realizzarlo, renderlo reale, concreto.

Scovare nuove soluzioni richiede intuizione; l’intuizione non si compra, non si può imporre, forzare, chiedere….

Poiché l’intuizione è come un germoglio, noi possiamo solo predisporre le condizioni migliori affinché possa sbocciare.

Il benessere è uno dei migliori terreni per trovare soluzioni armoniche, che portano vantaggi all’intero sistema, non solo a chi le attua.

Agli antipodi del benessere, la fame e la paura sono anche loro situazioni fortemente generatrici di cambiamento, ma raramente questo cambio è costruttivo. Spesso ne germogliano rivoluzioni cruente in cui poi abbiamo macerie su cui ricostruire.

Benessere è un concetto spesso usato in senso astratto. Credo che questo sia un momento drammatico per molti e che sia tempo di essere concreti e diretti.
Benessere è una precisa sensazione di capacità di agire, come essere adeguati alla missione che stiamo per compiere.
Benessere può sembrare un optional, ma è grave crederlo.

Lo stato di vero benessere è conseguente solo all’assenza di tensione muscolare, che crea antagonismo tra muscoli, uno sforzo costante ed intenso che non produce lavoro, ma sofferenza che genera sofferenza.

Siamo fatti per generare evoluzione, non dolore.

Avere un corpo contratto, (cosa inevitabile visto il mondo in cui viviamo, i ritmi che ci sono imposti e i lavori che facciamo) è come avere un’ automobile con le gomme indurite e il freno a mano inserito. Probabilmente, forzando, possiamo anche riuscire a parcheggiare, ma fare un rally non penso proprio sia fattibile.

Certo che i meccanici costano, come prendersi cura del proprio corpo, come nutrire la mente concedendosi di vivere un evento artistico, ma non dobbiamo sottovalutare che risparmiare manutenzione e nutrimento provoca sempre un impoverimento e a volte delle rotture.

Queste attenzioni devono essere regolari ed efficaci, e dobbiamo trovare ogni modo possibile per ottenerle : tagliando altro, ottenere uno sconto, diluire la spesa o concordare uno scambio. Molte volte ho proposto queste varianti a chi mi confidava che l’onorario era alto.

In alcuni paesi più evoluti del nostro, i giovani studiano finanziati da uno stato “paterno” e si assumono l’impegno di restituire il costo degli anni universitari non appena inizieranno a lavorare.

Nel nostro paese purtroppo molte “attenzioni” non sono rimborsate. Questo problema riguarda la nostra legislazione, la nostra economia e la cultura, ma queste motivazioni non cambiano minimamente la fame di cure di cui il nostro corpo ha bisogno.

Quando viene posta l’obiezione che dice : “L’arte non si mangia” io mi trovo d’accordo, infatti l’arte non riempie lo stomaco, ma nutre il cervello che poi trova il modo di mangiare.

Pensare oggi solo allo stomaco significa trovarsi un domani senza più risorse.

Si possono ridurre gli sprechi, ma sull’impegno gli sconti non si fanno, possiamo condividere la crisi e ridurre i guadagni, ma dobbiamo stare attenti alla motivazione.

L’impegno va preteso e concesso.

Bibliografia

Adolf Craig Guggenbuhl: Matrimonio, vivi o morti;

Giorgio Nardone: Cavalcare la propria tigre; editore: Ponte alle Grazie.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Blog su WordPress.com.

Su ↑

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: